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di Salvatore Mazza

Francesco da Francesco. Per ricordarcelo. Per spiegarcelo. Per indicarcelo nell’essenzialità del suo messaggio. Per dirci il vero Francesco. Quello che ci testimonia che «essere cristiani è un rapporto vitale con la persona di Gesù, è rivestirsi di lui, è assimilazione a lui», e che dunque non possiamo diventare «cristiani di pasticceria, come belle torte, come belle cose dolci...», magari anche belli a vedersi, ma sterili, «non cristiani davvero», e che per questo «dobbiamo spogliarsi oggi di un pericolo gravissimo, che minaccia ogni persona nella Chiesa... il pericolo della mondanità», perché «il cristiano non può convivere con lo spirito del mondo».

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Dicendoci, in questo «giorno di pianto» per i morti di Lampedusa, che la pace che il «vero» Francesco ci indica – quella pace che oggi il Papa chiede per la Siria, il Medio Oriente, il mondo intero – «non è un sentimento sdolcinato... per favore, questo san Francesco non esiste! E neppure è una specie di armonia panteistica con le energie del cosmo», come «alcuni hanno costruito»; no, perché «la pace di san Francesco è quella di Cristo, e la trova chi prende su di sé il suo "giogo", cioè il suo comandamento: amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato», un giogo che «non si può portare con arroganza, con presunzione, con superbia, ma solo con mitezza e umiltà di cuore». Dicendoci, infine, della testimonianza che il Santo di Assisi ci dà del «rispetto per tutto ciò che Dio ha creato, e che l’uomo è chiamato a custodire e a proteggere, ma soprattutto testimonia il rispetto e l’amore per ogni essere umano».

 

È dicendo di queste tre testimonianze di san Francesco, nell’omelia della Messa celebrata a fine mattinata, che papa Bergoglio, ieri, ha dato la chiave per comprendere ragioni e senso di questa sua visita nella città del Santo di cui ha voluto prendere il nome. Ragioni e senso che, a partire dal primo appuntamento della mattina tra i disabili del Serafico, e fino alla partenza, ha declinato nella densità di un programma che, per questo, in dodici ore ha voluto incrociare i luoghi «classici» del francescanesimo con tappe fortemente simboliche. Come, appunto, il primo; dove, parlando a braccio e senza neppure prendere in mano i fogli con il discorso preparato, ha parlato di «Gesù nascosto in questi ragazzi e in questi bambini dell’Istituto Serafico», osservando che «un buon cristiano sa riconoscere le piaghe di Gesù».

Già, un «buon cristiano». E chi sia, questo «buon cristiano», Francesco l’ha detto poco dopo, in quella Sala della Spogliazione, al vescovado, la stessa in cui «l’uomo che spogliandosi degli abiti del giovane ricco intraprese una vita nuova», indicandoci l’amore «per gli ultimi». Primo Pontefice in ottocento anni a entrare in questo luogo, davanti ai poveri assistiti dalla Caritas, Francesco ha ammonito contro il rischio della «mondanità» nella Chiesa. Ancora una volta, a sottolineare l’emozione che finirà per dettare i tempi di tutta questa giornata, al vescovado papa Bergoglio parla a braccio: «Questa è una buona occasione per fare un invito alla Chiesa a spogliarsi», ha detto. Ma la Chiesa «siamo tutti, eh! Tutti! Dal primo battezzato, tutti siamo Chiesa. E tutti dobbiamo andare per la strada di Gesù, che ha fatto una strada di spogliazione, lui stesso. È diventato servo, servitore; ha voluto essere umiliato, fino alla Croce. E se noi vogliamo essere cristiani non c’è un’altra strada».

Ma, ha chiesto, di cosa dobbiamo spogliarci se non vogliamo essere solo «cristiani di pasticceria»? Del «pericolo gravissimo», ha risposto, che oggi minaccia ogni persona nella Chiesa: «Il pericolo della mondanità. Il cristiano non può convivere con lo spirito del mondo. La mondanità che ci porta alla vanità, alla prepotenza, all’orgoglio. E questo è un idolo, non è Dio. È un idolo! E l’idolatria è il peccato più forte... è proprio ridicolo che un cristiano, un cristiano vero, che un prete, che una suora, che un vescovo, che un cardinale, che un Papa vogliano andare sulla strada di questa mondanità, che è un atteggiamento omicida. La mondanità spirituale uccide! Uccide l’anima! Uccide le persone! Uccide la Chiesa!». E dunque «tutti noi dobbiamo spogliarci di questa mondanità: lo spirito contrario allo spirito delle beatitudini, lo spirito contrario allo spirito di Gesù».

È questa, in fondo, la «bellezza» dell’essere Chiesa, la bellezza dell’essere cristiani. Questo uniformarsi totalmente a Cristo, come scelse san Francesco, che rende fecondo il camminare insieme della comunità, «collaborando, aiutandosi a vicenda», e imparando a «chiedersi scusa, riconoscere i propri sbagli e chiedere perdono», dirà il Papa nel pomeriggio in Cattedrale, nell’incontro col consiglio pastorale diocesano, ammonendo che «nessun vescovo, e nemmeno il Papa, può fare a meno del Consiglio pastorale». E che dà corpo anche alle scelte che possono apparire oggi più difficili, come lo sposarsi di due giovani. Ai quali, nel calore della piazza davanti alla basilica di Santa Maria degli Angeli, rivolge l’incoraggiamento a «non avere paura di fare passi definitivi nella vita come è quello del matrimonio: approfondite il vostro amore, rispettandone i tempi e le espressioni, pregate, preparatevi bene, ma poi abbiate fiducia che il Signore non vi lascia soli! Fatelo entrare nella vostra casa come uno di famiglia, lui vi sosterrà sempre». «Io sempre ai novelli sposi – ha aggiunto – do questo consiglio: litigate quanto volete, se volano piatti lasciateli volare, ma non finite mai la giornata senza fare la pace». Perché «se i coniugi imparano a dire "scusa ero stanco", o soltanto un buffetto, questa è la pace, riprende la vita, un altro giorno è passato: questo è un bel segreto, e questa è la vita, piuttosto che queste separazioni dolorose». (Avvenire)

 
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